Umanità distrutta a Tuol Sleng – Cambogia

Tuol Sleng, 27 novembre 2014.

La vecchia scuola dai muri bianchi si trova in un quartiere abbastanza tranquillo e con poco traffico, in una zona un po’ periferica della capitale. Mi trovo proprio davanti all’entrata ma esito osservando da lontano i quattro brutti edifici che circondano un piccolo giardino dall’erba curata e verde. Il sole è alto nel cielo ed è una giornata calda.

Tuol Sleng, ganci di tortura (Phnom Penh, Cambogia)

Tuol Sleng, ganci di tortura (Phnom Penh, Cambogia)

In questa scuola, nel corso degli anni, migliaia di ragazzi cambogiani hanno trascorso la loro adolescenza insieme ai loro amici, studiando la matematica o le lingue straniere, aprendosi al mondo. Tutto finì di colpo il 17 aprile 1975. In quel giorno l’esercito rivoluzionario dei khmer rossi di Saloth Sar (Pol Pot), con il governo del filo americano Lon Nol ormai al collasso, invase la capitale. Nessuno probabilmente capì subito cosa stesse accadendo ma passarono appena poche ore e tutti gli abitanti di Phnom Penh, centinaia di migliaia di persone per lo più appartenenti alla classe borghese e istruita, furono costrette ad evacuare la città sotto la minaccia dei fucili e a marciare forzatamente verso l’ignoto Angkar. Fu quello l’inizio della fine. Pol Pot voleva una Cambogia con solo due classi sociali, e lo voleva subito (1). E presto tutti capirono che non ci sarebbe stata via di scampo. Da principio il primo nemico dei khmer rossi proletari furono le persone della borghesia cittadina, quelli che ai loro occhi non sapevano o peggio che sapevano male. Persone istruite, con lavori ben pagati, che certamente avevano vissuto meglio rispetto alla maggior parte dei cambogiani proletari, dediti all’agricoltura. Tutta la classe sociale borghese doveva essere rieducata al lavoro, alla fatica fisica. Per seminare, per bonificare territori, per costruire dighe, per deviare il corso dei torrenti, per trasportare pesi: era un popolo che non sarebbe servito ad altro se non ad essere impiegato in qualunque modo per il raggiungimento dei fini rivoluzionari.

letto di tortura all'S21 (Phnom Penh, Cambogia)

letto per interrogatori, S21 Edificio A (Phnom Penh, Cambogia)

Così l’Angkar divenne l’entità astratta, l’organizzazione sociale, lo stato, di fronte al quale qualsiasi essere umano non ebbe più alcun valore. A eliminarti non si perde nulla, a tenerti in vita non si guadagna nulla. Si ripopolarono forzatamente le campagne dove milioni di persone dovettero coltivare con sforzi inumani le immense risaie del paese, che in poco tempo si trasformarono in lager a cielo aperto. Lì una piccola mancanza nei confronti dell’Angkar, una pausa, una indecisione, un errore, veniva punita in modo esemplare davanti a tutta la comunità di lavoratori. La punizione spesse volte si concludeva con la barbara uccisione del povero disgraziato di turno. I khmer rossi sono l’eliminazione. L’uomo non ha alcun diritto. In poco tempo la Cambogia regredì economicamente e culturalmente in modo impressionante: quel paese ormai chiusosi al mondo, dove era vietato portare gli occhiali, dove parlare una lingua straniera poteva costare la vita, dove all’istruzione era preferita la virtù della fatica e della pratica, precipitò velocemente nell’arretratezza e nella povertà estrema. Venne introdotto il divieto di pescare, di mangiare altro che non fosse la modesta razione di cibo giornaliera (qualche decina di grammi di riso), di vestirsi con vestiti che non fossero neri, blu o grigi, di sposarsi senza permesso politico, di stringere relazioni di amicizia, di esprimere emozioni. La moneta quasi subito non ebbe più valore legale e si introdusse il baratto. Ma ben presto nessuno ebbe più niente da barattare.

S21, edifico B (Phnom Penh, Cambogia)

S21, edifico C (Phnom Penh, Cambogia)

La popolazione cominciò a morire di fame: prima i vecchi e i bambini dell’odiata borghesia, i letterati, i deboli. Poi il genocidio coinvolse tutti. Qualcuno (2) ha scritto che la rivoluzione divora i suoi figli: nella Kampuchea Democratica centinaia di migliaia di morti servirono anche a concimare i campi. Ben presto non ci furono più ingegneri, tecnici, meccanici o medici. È impressionante leggere di poveri disgraziati che morirono in modo atroce per le infezioni causate da tagli non medicati o per malattie facilmente risolvibili con semplice penicillina. Tra i khmer rossi quasi nessuno sapeva nulla di medicina. Con la folle idea che la pratica fosse l’unico valore si lasciarono morire migliaia di persone lasciandole agonizzare. Ho letto di gravi ferite non disinfettate ricoperte con impasti collosi, di malattie curate con cistifellee umane essicate, di donne morte di parto perché nessuna infermiera era stata in grado di intervenire e perché nessuno aveva il coraggio di rivolgersi, rischiando a sua volta la vita, a un medico vero del periodo pre-rivoluzionario. In quegli anni si moriva di fame, di sete (quando l’acqua fangosa delle risaie si prosciugava), di fatica, di malattia. Si poteva essere uccisi seduta stante per qualche motivo (mangiare un mango, pescare in un fiume, cantare una canzone straniera). Oppure si poteva essere internati, come nemico politico, in uno dei tanti istituti penitenziari che vennero istituiti un po’ ovunque. E allora si veniva uccisi dopo giorni o settimane di torture. In quelle prigioni l’Angkar cercava confessioni, o meglio storie credibili, che i prigionieri dovevano inventarsi durante gli interrogatori. Il compito dell’aguzzino era quello di ottenere una confessione realistica, con una trama convincente. E per l’aguzzino le confessioni più realistiche erano quelle fornite sotto tortura. Uno dei peggiori lager fu l’S21, Tuol Sleng, la vecchia scuola di Phnom Penh che ora è di fronte a me. Nel 1975 la città venne svuotata velocemente e rimasero solo i vertici del partito e le pochissime ambasciate dei paesi con cui la Kampuchea Democratica mantenne ancora qualche minimo rapporto diplomatico. In quegli anni le scuole, le biblioteche, i musei e i templi del paese furono trasformati i campi di concentramento o in vere e proprie stalle (ho letto del destino della biblioteca della capitale ridotta a ricovero di maiali). Si stima che a Tuol Sleng, per ordine del comandante Duch, furono uccise oltre 17.000 persone in quattro anni.

Tuol Sleng, celle in mattoni (Phnom Penh, Cambogia)

Tuol Sleng edificio C, celle in mattoni (Phnom Penh, Cambogia)

C’è silenzio e, nonostante la splendida giornata di sole, l’atmosfera è angosciante. Mi siedo su una panchina del cortile: accanto a me c’è un cartello con le dieci regole del campo di prigionia scritte in tre lingue. Sul prato verde spiccano alcune palme che con le loro grandi foglie coprono appena un po’ la facciata di uno degli edifici. C’è anche un traliccio alto forse quattro metri con alcuni ganci: capisco subito cosa servisse, avendo letto degli interrogatori eseguiti su prigionieri appesi per le braccia e continuamente issati su e giù fino allo svenimento. Dietro di me c’è l’edificio A, il luogo degli interrogatori. Indugio ancora. Penso per un attimo al trascorrer del tempo. La rivoluzione e il regime della Kampuchea Democratica sono terminati nel 1979, trantacinque anni fa. Tutti i trentacinquenni cambogiani hanno vissuto il periodo del genocidio. I quarantenni ricorderanno benissimo quel periodo. E molti di quelli appena un po’ più vecchi saranno stati khmer rossi. Mi soffermo col pensiero al vecchio taxista che il giorno prima mi ha accompagnato fino al mio albergo. Chissà da che parte è stato: sarà stato una vittima, un carnefice, uno dei pochi cambogiani che per anni è sfuggito dai khmer rossi nascondendosi nelle foreste del nord piene di serpenti velenosi e malaria? Mi rammarico per questa popolazione che sembra così gentile e penso che in così poco tempo non è possibile che tutti possano avere superato il trauma della rivoluzione. E’ anche impossibile che ora siano tutti innocenti.

Tuol Sleng, celle in legno (Phnom Penh, Cambogia)

Tuol Sleng edificio C, celle in legno (Phnom Penh, Cambogia)

Entro nelle stanze al primo piano dell’edificio A: ogni stanza ha un letto dove il prigioniero veniva seviziato dopo essere stato legato mani e piedi con anelli inseriti lungo una barra per cemento armato. In ogni stanza ci sono delle foto sfuocate e sbiadite che testimoniano quello che i vietnamiti trovarono in quei locali quando invasero la Cambogia nel ’79. In una stanza, vicino al letto, vi sono della grandi macchie scure sul pavimento. L’edificio B è pieno di foto segnaletiche: tutti i prigionieri hanno l’aria terrorizzata di chi sa perfettamente a cosa sta andando incontro. In una grande foto una donna dallo sguardo triste ha in braccio un bimbo di qualche settimana: si sa che venne uccisa insieme al piccolo. Poi ci sono i registri delle confessioni, le versioni approvate da Duch, quelle che per il carceriere erano venute meglio. Su un lato della stanza c’è un contenitore trasparente pieno di vestiti usati dei prigionieri. L’edificio C è quello in cui si possono ancora osservare le anguste celle: al primo piano cellette in pietra, alcune larghe appena una sessantina di centimetri, dove i prigionieri erano tenuti legati al muro. Poi al piano superiore cellette di legno. Da una delle estremità del corridoio guardo attraverso i varchi tra un locale e l’altro: in quella prospettiva sembra che il carcere continui senza fine verso il buio. Mi giro verso i finestroni: osservo le palme del cortile attraverso il filo spinato che avvolge letteralmente tutto l’edificio.

S21, balcone con filo spinato (Phnom Penh, Cambogia)

S21 edificio C, balcone con filo spinato (Phnom Penh, Cambogia)

Quel filo è stato messo per impedire che i prigionieri si suicidassero gettandosi dal balcone. Alla fine c’è una vetrina piena di crani umani. Povera gente. Solo in sette sopravvissero a Tuol Sleng e uno di questi fu il pittore Vann Nath che durante la prigionia dovette dipingere molti quadri raffiguranti le torture degli interrogatori e le cui riproduzioni sono ora appese in vari ambienti. Non penso di sbagliarmi dicendo che noi occidentali di questo genocidio ne sappiamo ben poco. Questo autogenocidio, come qualcuno lo chiama, sembra non aver precedenti: una popolazione illusa da una rivoluzione proletaria ma subito ridotta alla fame, sterminata in modo barbaro dagli stessi concittadini. Un genocidio che in poco tempo ha coinvolto tutti, compresi gli stessi rivoluzionari, salvo il vertice del potere. Un genocidio che, secondo alcune stime, in appena 4 anni ha ridotto la popolazione di oltre il 20%, causando forse più di 2 milioni di morti. Una storia ancora recente e il cui artefice più noto, il “Fratello numero 1” Pol Pot, è morto di morte naturale e nel suo letto nella giungla cambogiana nel 1998, praticamente l’altro ieri. Lasciandomi alle spalle il muro di cinta non riesco a non pensare ancora a quella grande foto con quella povera donna dallo sguardo triste e con quel piccolo bambino ucciso insieme alla sua mamma.

Note:

(1) tutte le frasi in corsivo di questo articolo derivano dal libro L’eliminazione, Rithy Panh, 2011

(2) Pierre Victurnien Vergnaud (1753-1793)

Link utili:

Photographs from S-21

The horrors of Tuol Sleng

 

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