Maputo e Isola di Inhaca – Mozambico

Il viaggio da Johannesburg all’isola di Inhaca, in Mozambico, fu piuttosto problematico. A metà mattinata, con Martina, mi imbarcai su un aereo mezzo vuoto della Mozambique Airlines che decollò, in mezzo alla nebbia, in direzione della capitale Maputo.

per le vie di Maputo (Mozambico)

per le vie di Maputo (Mozambico)

Il breve viaggio (appena un’ora) non fu affatto tranquillo a causa di una forte turbolenza che durò per tutto il tragitto e che faceva oscillare paurosamente il veivolo. A circa metà del viaggio ci fu un boato fortissimo e un immediato vuoto d’aria che fece abbassare di colpo, per uno o due secondi, l’aeroplano. Mi girai alla mia destra e vidi che una giovane ragazza stava pregando stringendo terrorizzata un rosario di legno. Un pensiero negativo cominciò ad insinuarsi un po’ alla volta nella mia mente facendomi temere che saremmo precipitati da un momento all’altro ma, per fortuna, sotto di noi comparve poco dopo la pista d’atterraggio. A Maputo il campanile della Chiesa dell’Immacolata Concezione incombeva sulla piazza sotto un cielo di nuvole nere cariche di pioggia. Tutto intorno vie polverose, piccoli negozi, vecchie auto, un po’ di sporcizia e fango: il Mozambico stava ancora cercando di uscire, con fatica, dalla sanguinosa guerra civile che lo aveva martoriato per 13 anni di fila e che era terminata da un decennio.

Raggiungemmo velocemente la nostra prima destinazione, un elegante albergo del centro dal quale nel primo pomeriggio saremmo dovuti ripartire in direzione di Inhaca, la maggior isola di un piccolo arcipelago situato a poche miglia di distanza dalla baia di Maputo, in mezzo all’Oceano Indiano. Purtroppo ci furono alcuni problemi perché il nostro nominativo, non si sa come, non risultava nell’elenco dei passeggeri che si sarebbero imbarcati nel minuscolo veivolo a elica, una decina di posti in tutto, alla volta dell’isola. Ci vollero diverse ore per risolvere la questione ma alla fine riuscimmo a partire.

spiaggetta (Inhaca, Mozambico)

spiaggetta (Inhaca, Mozambico)

Sull’isola di Inhaca soggiornammo per quattro notti in un bel resort, che aveva un grande giardino affacciato su una lunga spiaggia. Il clima non era certo mite: sebbene fossimo in una zona lambita dal Tropico del Capricorno, ci trovavamo nel pieno dell’inverno australe. La corrente umida che proveniva dal mare raffrescava molto le serate trascorse vicino le altissime palme, veramente notevoli, sotto un cielo limpidissimo. Notai dei cartelli che avvisavano del pericolo di sostare sotto quei lunghi tronchi perché, di tanto in tanto, dalla loro sommità si staccavano delle pesanti noci di cocco che cadevano rumorosamente sul terreno. Ad Inhaca girammo un po’ in compagnia di Noè, un simpatico ragazzino che abitava vicino al resort, e del pescatore Joao che, con una modesta barchetta, ci condusse in giro per il piccolo arcipelago alla scoperta di alcune isolette, poco più che lingue sabbiose sempre battute dal vento.

palma (Inhaca, Mozambico)

palma (Inhaca, Mozambico)

In questa parte del Mozambico riscoprimmo il gusto di mangiare pesce. Diversamente che in Sud Africa o in Namibia, dove il pesce era spesso accompagnato da salse improbabili (anche a base di formaggio!) in Mozambico, ex colonia portoghese, il pesce ci venne servito alla griglia con un condimento a base di olio e lime. Divenni subito “grande amico” di Daniel, il cuoco del resort, appena mi complimentai con lui per l’eccezionale gusto dei gamberoni che degustammo la sera del nostro arrivo. I primi due giorni letteralmente volarono così, tra gite in barca, partitelle a calcio con alcuni ragazzi del posto (mentre mia moglie prendeva il sole), camminate sulla spiaggia e brevi bagni nell’acqua molto fresca.

Fu durante la terza sera che, dopo la consueta passeggiata notturna in riva al mare, sentii distintamente un malessere che cresceva di improvviso: mal di schiena, debolezza, brividi. In meno di un’ora fui assalito da una febbre ad oltre 40 gradi.

pescatore (Inhaca, Mozambico)

pescatore (Inhaca, Mozambico)

Passai tutta la notte in un lago di sudore a causa della temperatura che, nonostante massicce dosi di tachipirina e di antobiotico, non accennava a diminuire. Cominciammo a preoccuparci: il giorno seguente saremmo dovuti ripartire per rientrare in Italia ma in quelle condizioni non sarei stato in grado neanche di alzarmi. Per di più su tutta l’isola esisteva solo un piccolo presidio medico, una bassa e modesta costruzione che sorgeva in mezzo alla sabbia con un paio di ambulatori spogli che avevano un lettino, una bilancia e qualche semplice attrezzatura. La mattina fui caricato, letteralmente a peso morto, su una jeep che percorse una pista sabbiosa fino all’edificio. Lì fui visitato da una giovane infermiera che parlava solo portoghese e un po’ di spagnolo. L’infermiera pensò alla malaria, alla “fiebre amarilla”, ad infezioni alimentari… ma tutto sembrava improbabile. Ero vaccinato, ero sotto profilassi malarica, non avevo disturbi gastrointestinali.  C’era poco altro da fare: se avessi voluto avrei potuto fare solo un prelievo di sangue che sarebbe stato inviato a Maputo per una veloce analisi… Non essendo molto convinto della pulizia delle siringhe che avrebbero impiegato declinai la proposta.

Fu solo dopo aver preso altre due dosi di antibiotico che cominciai a stare meglio e, verso sera, la strana febbre calò decisamente. Arrivò il mattino. Debolissimo, con la gola che bruciava, riuscii a partire dal piccolo aeroporto di Inhaca. Salutai il cuoco Daniel (la sera prima, non sapendo del mio malessere, mi aveva preparato un piatto speciale di gamberoni…) e il buon Noè.

Poco dopo il decollo l’isola era già sparita e dal finestrino comparve la baia di Maputo.

Links utili:

Repubblica del Mozambico – Portale del Governo del Mozambico

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