Tozeur e il Jerid – viaggio in Tunisia 5/7

Tozeur è una sperduta città “di frontiera”. Sorge lontana da grandi centri abitati a poche decine di chilometri dall’Algeria, lungo la stretta lingua di terra tra i due grandi laghi salati Chott el-Jerid (a sud) e Chott el-Gharsa (a nord). E’ una città di una regione abitata da popolazioni di etnia berbera, dove le architetture degli edifici in mattoni sono molto particolari e dove regna un silenzio alquanto surreale.

Tozuer non è però una città inospitale. La zona appena fuori dal centro abitato è immersa in un rigogliosissimo palmeto di datteri (la Palmeraie) che si estende a perdita d’occhio fin quasi alla città gemella Nefta, a ovest. Non molto distante da Tozeur vi sono inoltre numerose sorgenti d’acqua e oasi rigogliose che colorano il fondovalle dominato da rilievi aspri, sui quali stanno abbarbicati piccoli villaggi rurali costruiti in pietra.

nel quartiere vecchio di Tozeur (Tunisia)

nel quartiere vecchio di Tozeur (Tunisia)

Arrivammo a Tozeur giungendo da Kairouan, percorrendo la statale n.3 che prima di Sbeitla devia a sud verso la città Gafsa. Visitammo subito il minuscolo centro storico, l’antico quartiere del XIV secolo Ouled el-Hadef, un dedalo di viuzze e di vicoli coperti dove si affacciano le vecchie abitazioni. Le facciate degli edifici sono decorate con mattoni sporgenti, che disegnano particolari e complicati motivi geometrici, in un continuo gioco di luci e ombre. Incredibili vedute in chiaroscuro si coglievano anche quando, passeggiando per le strette vie, si transitava sotto i piccoli portici silenziosi e vuoti illuminati dai penetranti  raggi inclinati del sole pomeridiano. Nella stessa giornata ci recammo anche nella vicina città di Nefta per ammirare anche qui, nel vecchio quartiere el-Bayadha, le insolite architetture geometriche (meno affascinanti però rispetto a quelle di Tozeur) e la Corbeille, una vasta conca ricoperta di palme sulla sommità della quale vi sono ampie terrazze panoramiche e, poco più in basso, una piscina pubblica in po’ fatiscente.

Nel tardo pomeriggio, muniti di biciclette prese a noleggio, esplorammo un po’ la zona rurale attorno alla città. Imboccammo uno dei numerosi sentieri che partivano dalla strada principale e conducevano nel cuore del vasto palmeto fino ai confini del lago salato. C’erano decine (centinaia!) di migliaia di palme, traboccanti di grappoli di datteri avvolti in numerosi sacchi gialli usati sia per proteggere i frutti sia per agevolarne la raccolta una volta raggiunta la maturazione.

la palmeraie di Tozeur (Tunisia)

la palmeraie di Tozeur (Tunisia)

La pista era a tratti costeggiata da palizzate di canne, che riparavano gli alberi dal vento e dalla polvere, e proseguiva fino alla zona desertica dello Chott el-Jerid,  che si estendeva a perdita d’occhio in un panorama di sabbia, qualche roccia e dune grigiastre. La sera cenammo in un accogliente ristorantino, non lontano dal centro, con il consueto menù a base di briq e carne di manzo (ma l’indomani ci saremmo concessi un piccolo lusso culinario…) e rientrammo quindi nel nostro albergo che aveva una bellissima terrazza che dominava la rigogliosa palmeraie illuminata solo dalla luna.

La mattina seguente raggiungemmo la stazione dei treni di Metlaoui, l’anonima e sciatta cittadina che si trova a una cinquantina di chilometri a nord est di Tozeur.

sul Lezard Rouge tra le Gole del Seldja (Tunisia)

sul Lezard Rouge tra le Gole del Seldja (Tunisia)

Da lì partì una piacevole escursione sulla linea del Lezard Rouge, un piccolo treno restaurato risalente ai primi anni del ‘900, rosso fiammante, con gli scompartimenti rivestiti in legno e velluto, alcuni dei quali allestiti come veri e propri salotti con divani e poltrone. Il convoglio percorse un tragitto di un paio d’ore attraverso le Gole del Selja, scavate nel corso dei millenni dall’omonimo fiume, fermandosi più volte per consentire ai passeggeri di scendere e ammirare da vicino quel panorama di “canyon” stretti tra i monti e formazioni rocciose particolari. Si poteva passeggiare un po’ sul terreno che, in molte parti, era completamente privo di vegetazione, secco e spaccato come se fosse stato formato da una miriade di tasselli di un puzzle. Dopo aver raggiunto il capolinea, una brutta stazione piena di treni moderni che caricavano fosfati estratti dalle numerose miniere della zona, ritornammo velocemente a Metlauoi.

Il pomeriggio lo dedicammo all’esplorazione delle oasi di montagna e dei villaggi berberi che si trovano nella regione del Jebel en-Negeb a circa 60 chilometri a nord di Tozeur, proprio nei pressi del confine algerino.  Chebika, Midès e Tamerza sono delle incantevoli località immerse in un contesto naturale straordinario: turchesi sorgenti che formano oasi in mezzo alle aspre zone desertiche montagnose, piccole vallate con rigogliosi palmeti dominate da colline aridissime, sulle quali si trovano minuscoli villaggi rurali berberi, in parte abbandonati.

Camminammo per oltre tre ore, sotto un sole cocente, lungo i sentieri polverosi rimirando il paesaggio a valle, i resti di qualche antica torre di difesa edificata nella roccia chiara e i piccoli laghetti formati da acque sorgive trasparenti nei quali un nutrito gruppo di ragazzi si tuffava allegramente. Ci venne sconsigliato però di fare altrettanto: l’acqua un po’ stagnante poteva contenere alcuni batteri o altri microorganismi che una volta entrati nel corpo, attraverso la bocca, gli occhi o la pelle, avrebbero potuto recare notevoli fastidi gastrointestinali o danni maggiori.

Tamerza (Tunisia)

Tamerza (Tunisia)

Raggiungemmo infine la sommità di un colle vicino a Midès (appena un chilometro dal confine algerino): lì ci sedemmo ad un piccolo chiosco, poco più di un frigorifero sotto una tettoia di canne, per ristorarci con una bibita fresca. Da lì, all’ombra delle frasche che riparavano dal caldo sole pomeridiano,  si poteva contemplare il panorama della vallata silenziosa e di qualche villaggio in lontananza.  Poco dopo arrivò il proprietario del chiosco che si presentò e si sedette accanto a noi offrendoci un tè alla menta. Si chiamava Yusef, era sufi ed era vestito con larghi pantaloni alla turca di colore grigio chiaro. Come di consueto versò il tè nel primo bicchiere, riempiendolo per circa metà, e quindi gettò volutamente per terra il contenuto. Versò nuovamente il tè tenendo il bricco molto in alto rispetto i bicchieri. Dopo un sorso (buon caldo e dolce tè alla menta…) si rivolse a noi parlando in italiano. Ci chiese da dove venivamo, quali città avevamo già visitato in Tunisia e che giudizio avevamo del suo paese. Conversammo un bel po’ fino al momento in cui, d’un tratto, si alzò per dirigersi verso uno spiazzo defilato sul ciglio della collina. Con l’acqua contenuta in una bottiglietta, seguendo un rituale fatto di gesti lenti e precisi, cominciò a lavarsi le mani, la bocca (sciacquandosi anche l’interno con acqua che poi versò per terra), il naso (ispirando l’acqua), il viso, il collo, gli avambracci, l’interno delle orecchie e per ultimo si bagnò la testa. Iniziò quindi a pregare, prima in posizione eretta e quindi inginocchiandosi su una piccola stuoia che aveva orientato evidentemente verso La Mecca. Notai che un altro uomo, poco distante, stava facendo lo stesso ma era orientato in modo abbastanza differente. Per non generare imbarazzi (o peggio, provocare offese) non domandai alcuna spiegazione di questo fatto.

Terminata la preghiera, Yusef tornò da noi offrendoci un ultimo giro di tè e invitandoci a contemplare la tranquillità di quella vallata che lui trovava sublime, dicendoci che non avrebbe voluto vivere in altri posti che in quello. Continuammo a parlare ancora un po’ dei nostri rispettivi paesi e quindi ci salutammo. Rientrammo a Tozeur per cenare al solito ristorante. Questa volta però c’era una novità culinaria perché la sera precedente avevamo ordinato un piatto molto ricercato che veniva preparato solo su richiesta: squisita carne di dromedario alla brace, cotta a puntino.

Rientrammo nel nostro albergo quando il sole era già tramontato. Il palmeto era sempre là, silenzioso, illuminato dalla luna e accarezzato dal vento caldo della sera. Era proprio tutto vero: a Tozeur, per un istante, ritorna la voglia di vivere a un’altra velocità1.

Da qui ripartimmo verso sud, verso la regione di abitazioni troglodite scavate nella roccia, di villaggi fortificati e di ksour.

 

Note:

1.  I treni di Tozeur, Franco Battiato, 1984.

 

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