Tashkent e ritorno – Appunti di viaggio in Uzbeksitan 7/7

A Tashkent provai subito una sensazione di disagio. Pur essendo una città moderna, con molto verde, con grandi viali per le automobili, con musei, con una metropolitana efficiente e con l’Università, avvertii quasi subito un senso di vuoto difficilmente descrivibile.

Arrivai al mio albergo, con qualche difficoltà, nel primo pomeriggio. Feci subito conoscenza con l’inaffidabile receptionist che si faceva chiamare Max. Sbrigate le formalità in albergo mi incamminai alla fermata di metropolitana più vicina per iniziare la visita della città. Per prima cosa volevo recarmi al rinomato Teatro dell’Opera: forse ci sarebbe stata la possibilità di assistere a qualche spettacolo.

Alisher Navoi Opera (Tashkent)

Alisher Navoi Opera (Tashkent)

La metropolitana di Tashkent è un ottimo e conveniente modo per spostarsi in città. I treni sono frequenti, la rete estesa quanto basta e il costo molto basso (700 Som per una corsa, equivalenti a circa 20 centesimi di Euro). Le stazioni sono tutte ex rifugi antiatomici residuati dell’epoca sovietica. La polizia è onnipresente e molto assillante con gli stranieri. Avevo letto di poliziotti disonesti che reclamavano “mance” dai turisti per evitare lunghi controlli dei passaporti e del bagaglio dall’esito imprevedibile. Dopo il primo controllo decisi che il modo migliore per evitare seccature era quello di dirigermi a zaino aperto e con la fotocopia del passaporto in bella vista direttamente dai poliziotti, per far vedere che non avevo nulla da nascondere ed evitando di perdere tempo inutilmente. In questo modo non ebbi alcun tipo di problema.

Arrivai al Teatro dell’Opera dopo aver attraversato un parco deserto in cui vi erano grandi fontane, moderne ma senza acqua, e dove cominciai a intravedere quel tipo di costruzioni “futuristiche” di stile sovietico, fatte di linee spigolose, di marmo e ferro, che mi procurarono le prime sensazioni di vuoto. Il teatro, di fattura ottocentesca, si affacciava su una piccola piazza pedonale, contornata da alberi, con una grande vasca da cui partivano spruzzi di acqua. Una ragazza, seduta sul bordo, stava telefonando al cellulare. Bello. Pensai che tutto il contesto assomigliava ad uno scorcio di Vienna o di Budapest.

Fu poco dopo che focalizzai meglio la facciata del teatro. I vetri erano rotti, le porte di legno rovinatissime, l’interno buio. Nel teatro era in corso un imponente intervento di ristrutturazione che, chissà, sarebbe durato almeno un decennio. Cominciava a calare la sera e mi diressi ad un fast food lì vicino per la cena. Rientrai in albergo e chiesi a Max se, come da accordi, avesse già prenotato il taxi per la mattina in cui sarei ripartito. Mi rispose che non vi era alcun problema: il taxi sarebbe arrivato venerdì, alle sei di mattina.

Arrivò il giovedì, ultimo giorno del mio soggiorno a Tashkent e del mio viaggio. La mattina feci un veloce salto al mercato sperando di trovare la stessa aria che avevo respirato a Samarcanda. Nulla di tutto ciò. Il bazar Chorsu si trova a nord della città, sotto una grande cupola verde, in un’area su cui incombeva lo scheletro di un enorme palazzo di una ventina di piani completamente abbandonato. Passai un po’ di tempo ad ammirare i colori della bella frutta, delle verdure e della spezie esposte e quindi mi recai a piedi al Khast Imom, il centro religioso ufficiale del paese ultimato nel 2010, costituito da una serie di grandi edifici che richiamano lo stile di Bukhara, con due alti minareti gemelli. Trovai il tutto poco interessante.

scorcio del Khast Imam (Tashkent)

scorcio del Khast Imam (Tashkent)

A pranzo mangiai un boccone nei pressi dell’albergo, salutai Max chiedendo di nuovo conferma del taxi per il giorno dopo e presi la metro in direzione Amir Temur Maydoni. Avevo deciso di trascorrere il pomeriggio visitando la piazza centrale e, successivamente, di rientrare in albergo attraversando il Parco Navoi. Alla fermata Ulughbek fui avvicinato da uno studente universitario vestito con la solita divisa, pantaloni e scarpe nere, camicia a maniche corte bianca. Mi chiese timidamente se fossi tedesco o inglese e quando risposi che ero italiano mi chiese di fare il viaggio insieme fino alla fermata Abdulla Qodiriy, dove anche lui si stava dirigendo. Rimasi un po’ perplesso ma poi mi spiegò che voleva solo parlare in inglese. Si stava laureando in sociologia. Capiva bene che la situazione politica ed economica in Uzbekistan non era positiva e studiava l’inglese per poter, forse un giorno, emigrare in Europa. Mi disse quanto ammirasse il continente e quanto fossimo fortunati noi europei a vivere in paesi democratici. Mi chiese anche alcune informazioni sul sistema politico italiano, su chi facesse le leggi, su chi eleggesse il governo e sui poteri del Presidente della Repubblica. Ero veramente sbalordito. Si parlò di politica, di economica, di lavoro. Alla fine, per stemperare il clima serioso che si era instaurato, la conversazione scivolò, come sovente accade, sul calcio.

Arrivai alla fermata Qodiriy e salutai il mio interlocutore. Mi incamminai e in breve raggiunsi la statua equestre di Tamerlano (Amir Temur). Il contesto era deprimente. Il giardino al centro della vasta arteria urbana, che una volta aveva numerosi platani secolari, era ridotto ad un prato bruciato dal sole con qualche panchina. Tutti gli alberi erano stati rimossi per consentire al moderno Dom Forum, il palazzo in cui si tengono importanti eventi politici, di essere visibile anche da lontano, già dal viale che comincia dall’antistante piazza Mustaqillik.

nei pressi di piazza Mustaqillik (Tashkent)

nei pressi di piazza Mustaqillik (Tashkent)

Mi diressi verso la piazza, non prima di scorgere, sulla destra, uno strano palazzo bianco circolare, moderno, sede del museo di storia timuride. Giunsi infine nella zona alberata di piazza Mustaqillik. Là c’erano molti studenti universitari seduti ai tavoli di bar alla moda, pittori che esponevano le proprie tele sul marciapiede e negozi di alimentari enormi e semivuoti.

Mi resi conto che nella capitale i segni della crisi erano evidenti più che altrove. Già il giorno prima ero incappato in un grande centro commerciale del centro, alto cinque o sei piani, con le vetrine molto scarne, alcune addirittura rotte, e con gli interni deserti. Con la metropolitana giunsi infine nei pressi del torrido Parco Navoi.

statua di Alisher Navoi (Tashkent)

statua di Alisher Navoi (Tashkent)

Anche qui il panorama era un po’ desolante: un brutto palazzo sovietico chiuso (si trattava della Sala Concerto dell’Amicizia tra i Popoli), altri edifici orribili (il Palazzo dei Matrimoni e l’Istiklol), una fontana circolare con un diametro di decine di metri ma senza acqua, installazioni di metallo un po’ arrigginito. Sopra una collinetta dal verde curato svettava l’alta statua del poeta nazionale Alisher Navoi.

Salii lungo una scalinata e scesi quindi dal lato che conduceva ad un piccolo laghetto, un po’ stagnante, in cui alcuni ragazzi facevano i tuffi. Arrivai a scorgere il gigantesco e abbagliante Oliy Majilis, il Parlamento, con le sue vetrate dorate e la cupola di colore blu. E’ qui che, nella rare sessioni di lavoro, vengono approvati i provvedimenti voluti dal presidente Karimov, in carica ormai da oltre venti anni.

Oliy Majilis (Tashkent)

Oliy Majilis (Tashkent)

Dopo aver mangiato ad un self service in compagnia di un signore che (anche lui!) voleva parlare un po’, in inglese, con un occidentale, tornai in albergo. Max aveva finito il turno ed era già andato via. Conobbi l’altro receptionist, Islom, e il portiere russo Oleg. Passai la serata sul divano della hall a parlare con Islom ed un suo amico (entrambi studiavano inglese e francese all’università), fumando delle orrende sigarette e bevendo un po’ di vodka. Il portiere russo voleva sapere quanto guadagnavo in Italia. Elusi più volte la domanda ma, alla terza volta, feci presente che anche in Italia la gente doveva lavorare sodo per arrivare alla fine del mese e che, secondo le nostre usanze, la domanda era sconveniente. Intervennero Islom e il suo amico, ridendo. Mi dissero che la domanda era sconveniente anche per loro, ma che il portiere russo era un maleducato anche secondo gli standard uzbeki. Arrivò infine un afghano che subito cominciò a parlare del suo paese e dell’occupazione militare straniera che trovava ingiusta. Islom e il suo amico mi chiesero di come fosse l’Italia e, anche loro, di come fosse organizzato lo stato, il parlamento, il governo. Quasi sottovoce mi fecero notare la fortuna di vivere in una democrazia. Si fece tardi e, dopo l’ultimo giro di vodka, andai a dormire.

Dormii pochissimo e alle sei meno dieci di mattina ero di nuovo nella hall, silenziosa, ad attendere il mio taxi. Aspettai una buona mezzora ma il taxi prenotato dall’inaffidabile Max non si presentò. Dovetti svegliare Islom e Oleg che dormivano buttati su un divano. Era ancora buio. Fu Oleg che si lanciò in strada per fermare una delle poche auto di passaggio che, per un paio di dollari, mi condusse all’aeroporto a tutta velocità. Ero in ritardo e raggiunsi l’aeroporto due ore prima della partenza ma solo trenta minuti prima della chiusura del check-in. Per imbarcarmi impiegai oltre un’ora e dovetti superare pazientemente sette code: all’ingresso del parcheggio dell’aeroporto, all’ingresso dell’aeroporto, al check in, al controllo del bagaglio a mano, al controllo doganale, al controllo valutario (qui dovetti assicurarmi di non aver banconote uzbeke, la cui esportazione è pesantemente sanzionata anche per per importi irrisori) e infine al gate. Partii puntualissimo in direzione di Istanbul e quindi di Venezia. Prima di atterrare misi una mano in tasca e tirai fuori tre banconote da mille Som, meno di un euro. Per sbaglio erano finite in una piega dei pantaloni.

Pensai che, se i doganieri me le avessero trovate, ci sarebbe stato l’ennesimo controllo del bagaglio…

Links utili:

Ministry of Foreign Affairs of the Republic of Uzbekistan (Tourism)

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2 Replies to “Tashkent e ritorno – Appunti di viaggio in Uzbeksitan 7/7”

  1. Antonio

    Sono stato in Uzbekistan a metà aprile e posso dire è stato un viaggio fantastico, ho avuto la possibilità di visitarlo tutto, sia in pulman ,sia con voli interni, mi ha colpito molto la gentilezza di questo popolo.

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    • Alessandro Ceci Post author

      Bel paese, relativamente facile da visitare, persone accoglienti… Anche per me è stata una bella esperienza! Un saluto…

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