Jambo bwana! – Viaggio in Kenya

Kenya.

La prima volta che andai in Africa fu nel 2000 in occasione di un soggiorno di un paio di settimane nei pressi di Malindi, in Kenya. Io e la mia futura moglie Martina decidemmo di recarci lì con l’idea romantica ed ingenua di visitare un paese dalla natura maestosa ed incontaminata, che ci avrebbe accolto con i suoi colori e con il calore della sua gente.

La realtà è molto differente perché in un contesto naturale straordinario e affascinante milioni di persone vivono, lottando fin dai primi attimi di vita, contro la fame, le malattie e (almeno non in Kenya in quel tempo) le guerre di ogni tipo.

A Mombasa il caldo era soffocante, fin dal mattino prestissimo. Era un caldo quasi denso, non umidissimo, ma che ci avvolse come un mantello prosciugandoci subito le energie. Scesi dall’aereo ci dirigemmo, un po’ storditi per la pessima notte trascorsa in volo, verso l’interno dello scalo. La sala principale pullulava di gente, specie uomini anziani e malridotti, vestiti con una specie di galabyya e turbante, e di orrendi corvi nerissimi che, noncuranti, svolazzavano qua e là cercando qualcosa da beccare tra le panche di legno.

La prima cosa che mi colpì molto furono gli occhi e i visi delle persone che osservai lungo il tragitto sul piccolo autobus che da Mombasa, passando per la periferia, ci condusse verso la località di Watamu, non lontano da Malindi. In questa periferia, molto degradata, i bambini dagli abiti sbrindellati e scalzi, correvano dietro al nostro pulmino chiedendo più che altro caramelle con occhi neri e vispi che illuminavano un viso ancora allegro. Molti ragazzi invece avevano gli occhi con la sclera gialla, forse a causa di epatite virale, e uno sguardo spesso disperato: alcuni erano magri da far spavento e cercavano di vendere a tutti i costi, urlando e battendo i pugni sui finestrini del bus, souvenir di nessun interesse. Infine c’erano gli occhi degli adulti, specie quelli degli uomini, severi e rancorosi, che osservai con molto disagio mentre passavamo accanto alle fatiscenti capanne dal tetto di lamiera vicino alle quali erano intenti a svolgere qualche lavoro manuale, in mezzo alla terra polverosa e agli scarichi della fogna a cielo aperto.

Durante il percorso verso Watamu spesso fummo costretti a procedere lentamente a causa del gran numero di persone che camminava in mezzo alla strada oppure per i frequenti posti di blocco di polizia prima dei quali erano collocate delle strisce di metallo appuntito in mezzo alla careggiata per obbligare i conducenti a fermarsi. In più di una occasione, transitando su qualche ponte, si incrociavano vecchi camion che procedevano a bassissima velocità ingombrando il passaggio.

Le immagini, molto dure, della periferia di Mombasa cambiarono man mano che ci si avvicinava a Malindi, segno che nelle città dove vi era più turismo la condizione degli abitanti era leggermente migliore rispetto alla desolazione vista all’arrivo.

Moschea di Malindi (Kenya)

Moschea di Malindi (Kenya)

La prima settimana del nostro soggiorno la trascorremmo nei pressi di questa città, riposandoci sulle belle spiagge dalla sabbia bianca dove la balneazione era però un po’ problematica a causa della presenza di una miriade di piccoli squali, lunghi meno di un metro, che nuotavano fin quasi a riva. Al largo, dove le onde dell’oceano si facevano impetuose e il colore dell’acqua da verde turchese diventava improvvisamente blu scuro, si potevano vedere le agili barche a remi dei pescatori che si stagliavano all’orizzonte. La visita di Malindi città però non ci lasciò ricordi particolari. Passammo per la croce di Vasco da Gama, eretta su un bel promontorio battuto dal vento, poi per la lunga spiaggia, quindi ci dirigemmo verso la piccola moschea e, infine, alla fatiscente area del mercato locale. Nel torrido clima pomeridiano, in quello spiazzo sterrato pieno di insetti, vi era un intenso odore di resti di carne e di pesce già in fase di decomposizione, di frutta fermentata, di latte acido, di fognatura e di sudore. Constatammo che purtroppo l’Africa è spesso anche immondizia e cattivo odore ovunque.

fabbrica artigianato di Malindi (Kenya)

fabbrica artigianato di Malindi (Kenya)

 Sempre nei pressi di Malindi visitammo anche una piccola impresa di artigianato dove, seduti sulla terra, una decina di uomini di tutte le età era indaffarata ad intagliare abilmente pezzi di legno, per farne statuine, fermalibri ed oggettistica varia, sotto una tettoia di frasche che li riparava un po’ dal sole a picco. Defilata se ne stava una donna ben vestita che accoglieva i rari turisti che visitavano il negozio attiguo e controllava la qualità di manufatti segnando su una lavagna, sotto il nome di ciascun lavorante, il numero di pezzi ultimati e il salario che spettava loro.

Dopo circa una settimana di soggiorno l’incontro con David rese senz’altro più interessante il nostro viaggio.

Mentre camminavamo sulla spiaggia ci fermò chiedendoci, in inglese, se eravamo interessati a qualche escursione. Aveva appena diciotto anni e lavorava già da qualche anno per una piccola agenzia di escursioni di Malindi. David non andava più a scuola e aveva imparato l’inglese da solo, studiando su qualche libro regalatogli da chissà chi, con pazienza e dedizione incredibile. Per anni, dopo il lavoro, spesso al lume di una candela durante le noiosissime giornate di pioggia della stagione invernale, aveva dedicato il suo poco tempo libero allo studio della lingua. Con fare molto affabile, senza assillarci, ci illustrò tutte le possibilità a nostra disposizione: avremmo potuto volare fino all’Isola di Lamu (cosa che non prendemmo minimamente in considerazione visto il rischio), visitare i parchi Amboseli e Tsavo pernottando in tenda oppure, più tranquillamente, fare brevi gite nei dintorni. Sapevamo bene che il Kenya, in termini assoluti, non era un paese sicuro. La povertà estrema, specie in certe zone, la corruzione della polizia e dell’esercito e le malattie non erano certo le premesse migliori per affidarsi ad uno sconosciuto e per girare, chissà su quali mezzi, lungo le strade trafficate e pericolose della regione.

Croce di Vasco da Gama a Malindi (Kenya)

Croce di Vasco da Gama a Malindi (Kenya)

Alla fine però decidemmo di fidarci di David e di farci portare al sito archeologico di Gede e poi, se ci fosse stata la possibilità, di visitare qualche serpentario nei dintorni. David ci rispose che non c’erano problemi e che anzi, in giornata, ci avrebbe condotto anche ad una non meglio precisata “spiaggia dorata” e a visitare un bel tratto di foresta dove si potevano vedere le capanne dove anche lui viveva con la famiglia e dove c’era un baobab gigantesco. Accettammo ponendo delle precise condizioni: non avremmo versato alcun tipo di caparra, avremmo saldato tutto il prezzo stabilito solo alla fine dell’escursione, una volta giunti a destinazione (e al sicuro) nella hall del nostro hotel e, cosa non vera, che poiché avremmo viaggiato solo con i documenti ma senza soldi, tutte le spese dovevano essere anticipate dall’agenzia di David. Che accettò senza problemi dandoci appuntamento per il giorno seguente.

L’indomani si presentò con un amico, Julius, sopra una scassatissima jeep gialla con il piantone dello sterzo tenuto in sesto col fil di ferro. “Tutto in Africa funziona a metà… ma funziona” ci disse David ridendo aggiungendo anche di non preoccuparsi della pochissima benzina che c’era nel serbatoio perché molto probabilmente sarebbe bastata per tutta l’escursione. Ci dirigemmo quindi alla volta di Gede passando per un tratto di foresta dove vivevano numerose persone. Una moltitudine di bambini corse appresso alla nostra autovettura, che procedeva pianissimo lungo il sentiero dissestato, chiedendo dolci mentre Julius gli urlava dietro in lingua swahili “Hakuna peremende!”(1).

Arrivammo quindi a Gede. Si tratta di un sito archeologico veramente atipico immerso in una lussureggiante foresta, dove si possono ammirare i resti di una antica città swahili, probabilmente risalenti al XIII-XIV secolo, sviluppatasi lungo la costa di Malindi. Il luogo era anticamente abitato da una popolazione di religione musulmana (sono stati infatti ritrovati i resti di una moschea) che praticava il commercio con molte altre comunità, anche lontanissime, come dimostrano i ritrovamenti di manufatti prodotti a Venezia o provenienti dalla Cina, dall’India o dalla Spagna. Si ritiene che Gede si sia ingrandita nel corso dei decenni fino a raggiungere una popolazione di circa 2500 persone tant’è che, oltre alla moschea, sono stati ritrovati i resti di un palazzo e di grandi case in pietra con servizi idraulici molto evoluti per il tempo. Fu nei primi anni del XVI secolo che il villaggio fu repentinamente abbandonato, anche se non sono ancora ben chiare le cause (forse una spedizione punitiva di guerrieri di Mombasa che costrinse gli abitanti a lasciare la città).

A Gede fummo accolti da Khamed, un personaggio molto originale che esordì dicendoci testualmente in italiano “Benvenuti a Gede! Sarò per oggi il vostro Cicerone, o meglio la vostra guida Virgilio…”

nella foresta a Gede (Kenya)

nella foresta a Gede (Kenya)

Era un giovane kenyano laureato in lingua italiana che sbarcava il lunario facendo la guida in questo sito relativamente poco frequentato. Si dimostrò subito un ottimo conoscitore della storia italiana (antica e moderna) e della nostra lingua che parlava perfettamente. Visitammo le rovine della moschea e delle altre costruzioni e ci sporgemmo dalla sommità dei profondi pozzi (senza protezione!). Tutto intorno la foresta era rigogliosissima e silenziosa. Ci soffermammo quindi sulla curiosità biologica costituita da imponenti alberi dal fusto alto varie decine di metri, attaccati da aggressivi rampicanti parassiti che, nel corso degli anni, riuscivano a scavare, da parte a parte della base del tronco, delle imponenti cavità. Si creava così una sorta di porta, un po’ inquietante, attraverso la quale una persona adulta poteva tranquillamente passare.

Terminata la visità Khamed ci condusse ad uno spiazzo dove, in semplici cassette di legno, erano tenuti varie specie di serpente. Serpenti piccoli e innocui, che Khamed con abilità non comune si faceva scorrere tra le mani, sulla testa, lungo il collo e, perfino, tra i denti. Serpenti grandi e decisamente pericolosi, come un grande esemplare di pitone, che con l’aiuto di tre persone fu scherzosamente adagiato sulle spalle di mia moglie come fosse una stola di pelliccia. Serpenti dal veleno micidiale, questi si tenuti ben chiusi, come il terribile e mortale mamba nero.

L’unico che pareva non divertirsi era Julius che mi disse che molti di quei pericolosi serpenti lui se li era trovati spesse volte in casa ed ora ne era terrorizzato.

La visita a Gede terminò poco dopo. Salutammo calorosamente Khamed, che ci aveva fatto trascorrere una bellissima mattinata, scusandoci per non potergli lasciare che una piccola mancia non avendo con noi altro denaro. Ci ringraziò citando, in italiano, il famoso proverbio “Meglio un uovo oggi….”.

La giornata proseguì quindi nei pressi della spiaggia dorata, desolata e dalla sabbia effettivamente molto gialla per la presenza di un metallo luccicante, che in primavera ospitava imponenti stormi di fenicotteri. Lì pranzammo presso un ristorantino, dividendo l’ottimo pesce ai ferri con David e Julius e parlando del più e del meno. Venne fuori che David lavorava sodo per risparmiare ed avere i soldi per “comprare” la sua fidanzata dalla famiglia di lei. Ci raccontò della dura vita che conduceva e del fatto che lì a Malindi si stava decisamente meglio che in molte altre parti del paese, dove metà della popolazione vive tuttora sotto la soglia della povertà. Ci chiese infine se le rovine di Gede ci fossero piaciute affermando, cosa che un po’ ci intenerì, che quelle rovine dovevano essere ben vecchie perché esistevano già ai tempi di suo nonno e anche prima.

Tornammo quindi verso Watamu, non prima di esserci fermati in un certo punto della foresta per arrampicarci su un altissimo baobab secolare, famoso in tutta la regione. Salutammo e ringraziammo David (Kwaheri na asante sana, David!)(2) per la bella giornata sapendo che non lo avremmo più rivisto. L’indomani avremmo infatti abbandonato per qualche giorno l’Africa degli uomini, sporca e poverissima, per dirigerci verso i luoghi dove regnano gli animali e in cui, idealmente, proprio l’uomo si è evoluto dalla sua condizione di primate arboricolo.

Avremmo raggiunto il parco nazionale dello Tsavo e quindi, non distante dal leggendario Kilimanjaro, il parco dell’Amboseli.

Note:

1. “Nessuna caramella!”

2. Arrivederci e mille grazie, David!

Links utili:

Ministero del Turismo del Kenya (Ministry of Tourism – Kenya)

(673 views)

Print Friendly, PDF & Email
Licenza Creative Commons

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *